L’ultimo sole di Cartagine

huy

Al calar del sole africano, scortato dai soldati, l’aratro avanza lento. Quando solca la terra arida, esso è capace di riportare la vita, di disegnare una culla per i semi degli ortaggi, degli alberi da frutta e del futuro delle giovani generazioni. Ma non questa volta. E’ il 146 a.C. e Cartagine cade sotto i colpi dell’armata romana. Dopo aver depredato la città, stuprato le donne e massacrato ogni abitante, l’esercito romano si prepara a tornare a Roma vincitore. Ma ciò che la vittoria non concede è la possibilità di liberarsi dalle proprie paure. In un afoso tramonto rossastro, il comandante Scipione Emiliano lascia che i legionari si apprestino alle navi e rimane in compagnia di pochi fedeli uomini. Allora fa chiamare un contadino cartaginese ormai ridotto in schiavitù e gli ordina di condurre l’aratro lungo tutto il perimetro della città. L’uomo, già privato della dignità, diventa l’inconsapevole aguzzino del suo popolo. Mentre l’aratro avanza lento e profondo, pochi soldati già ripercorrono il cerchio nella terra: si vedono solo i pugni che si aprono e si chiudono nell’atto della semina. Quando il cerchio si chiude, ai raggi taglienti, la terra brilla di un bianco opaco e grezzo. 

Il sale cosparso lungo le rovine di Cartagine renderà la terra sterile, arida e senza vita. Cartagine mai potrà risorgere e tornare come un tempo. Per cento anni ci saranno solo pietre, sale e disperazione. Il contadino si uccise, Scipione pianse e tutti gli altri videro l’ultimo sole che tramontava sulle spoglie di Cartagine. La notte risalì dalla terra un odore acre, l’odore del sale che si confondeva con quello della paura.

G.

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Volevo dirti…

paesaggio

Alcune azioni sono quasi inutili: cosa rara nell’era dell’utile e del profitto. Come lo è scalare una montagna, inutile. Rischi la vita per osservare ciò che si vede da lassù e non ne cavi un soldo bucato. E poi c’è dell’altro. Scalare una montagna t’insegna che arrivare in cima, su qualunque cima, è solo la metà del percorso, perché poi devi scendere. E insieme alle azioni quasi inutili, ma che io amo, ci sono gli errori che producono bellezza. Quali? Penso alla torre di Pisa. Se non si fosse inclinata -per errore- probabilmente non sarebbe così bella e famosa. Gli errori e le cose inutili, ecco le bellezze che abbiamo perso.

Ma ora è tardi, devo scappare, volevo solo dirti  ti amo buona giornata.

                                                                                                                                                                                                         G.

 

Il mandorlo siriano

 

Le crepe nel cemento

sono corde silenziose

che accolgono il lamento

e le grida più furiose

 

Abituato a singhiozzare

nel buio del giardino

lasciavo il vento andare

al sole del mattino

 

Senza vena e colorito

foglia ormai croccante

dall’albero sfiorito

alla suola d’un passante

 

Il conforto mai cercato

il dolore ormai compìto

di chi non ha perdonato

l’essersi appassito

 

Vengo dall’albero d’oriente

germogliato lui fra i primi

che cambia al sol cocente

e perde i suoi bambini

 

Il mandorlo siriano

che sperperò i suoi fiori

ora guarda il pino e piange

perché pensa ai suoi colori

 

E’ passato il mio impreco

dalle crepe nel cemento

E al mandorlo una eco:

 

ora sono foglia al vento.

                                       G.M.

 

La scarica elettronica

 

Sarò la scarica elettronica

nella tua opera sinfonica

 

Scomposto seduto all’ultimo banco

a far da tramonto

come colui che chiude il branco

 

Passo come passa la fortuna

indelicato

impronta nera sulla terra bruna

 

Dalle ciglia incenerite

giù lacrime di brace

a marchiarmi le ferite

 

Sarò la scarica elettronica

nella tua opera sinfonica

 

Come nota più stonata

susciterò lo sdegno

della scimmia non ammaestrata

 

E nel tempo che mi ha partorito

torero nudo e sconsacrato

domerò il vento imbizzarrito

 

Sarò il cortocircuito della ragione

di chi ha eletto istinto e amore

la sua unica opinione

 

Sarò la scarica elettronica

nella tua opera sinfonica.

                                                     G.M.

L’amo

E l’amo,

così tenace

che porta sgomento

nella mia pace

con scintille d’argento.

 

E l’amo,

profondo nell’abisso

a violare la dimora

a formare un crocifisso

per la mia ultima ora.

 

E l’amo,

tradito dalla fame

dal colore suo sgargiante

arlecchino nelle trame

con la lingua di serpente.

 

E l’amo,

che io non conoscevo

s’era uncinato alla mia vita

e come anima smarrita

dalle labbra io pendevo.

 

E l’amo,

che forte mi tirava

decise la mia sorte

che sapevo essere morte

e non si contrastava.

 

E l’amo,

scelse me di tutto il mare

perché ero il più affamato

il meno attento, dissennato

quello che sapeva osare.

 

E l’amo,

scelse accorto a chi mirare

per far uscire una lacrima dal mare

perché fuori dall’abisso più non respiravo

e con l’aria tanto sacra già mi soffocavo

 

Prima di lasciare il mondo

guardai in alto e nel profondo

che all’abisso giù nel mare

mi era negato di tornare.

 

Ma quell’amo che m’aveva catturato

una gioia mortale m’aveva rivelato

che quel sole così grande, caldo e fisso

mai avevo ammirato dal nero del mio abisso.

G.M.

Contare con i piedi

Al Tempo,

che proprio non la smette di essere tiranno.

E allora mi piacerebbe essere Tempo, almeno per un giorno. Comandante delle vite altrui, deciderne il sonno e la veglia. Essere Tempo senza tempo. E poi tornare uomo. E ridere di me e di quell’assurdo battere di rintocchi che adesso mi sbrana il cuore. Stillicidio, vendetta del Tempo tiranno.

Al tuono, 

che si diverte a sovvertire l’acustica celeste.

Strafottente più del lampo, perché non vuole fare male: vuole mettere paura. Beffardo, come beffardo vorrei essere io, privato della coscienza anche solo per un temporale. A far tremare i vetri, a far lacrimare i bimbi. E poi tornare uomo. E col temporale uscire nella pioggia per schivare i lampi e rincorrere i tuoni. E con i tuoni gareggiare a chi urla più forte, a chi per ultimo cede alla stanchezza, a chi per primo si aggrappa alla pazzia.

Alla sabbia,

per tutte le volte che ha cambiato forma.

Succube del mare, inerme, inferma. Un artificio di natura, che proprio non sapeva come fermare le sue acque. E vorrei essere sabbia per un’estate: granelli pallidi che vittime del vento non si curano di niente. Non forma e non sostanza, non emozione alcuna. Alla roccia testarda che pure si corrode, sabbia che china il capo e non s’oppone. E poi tornare uomo. E tirar via tutta quella sabbia del mondo. Vassallo senza padrone, a spalar sabbia come fosse oro d’ammassare. E cedere al vento che m’avvolge e mi regala quell’oro. Su nelle narici e giù nei polmoni, plasmato anch’io come quella sabbia che china il capo e non s’oppone.

Alle mie mani,

per essere solo le mie mani: il corpo in dieci dita, la mente sparsa nelle nocche, il cuore metà per palmo.

Come mani che ubbidienti toccano solo la materia. E mai sapere il ruvido del tradimento subito, il freddo della morte, il calore della rivincita. Come mani che ubbidienti non conoscono il colore delle foglie, il sapore delle ciliegie, il rumore delle serrature. E poi tornare uomo. E tornare tutto intero, privato solo delle mie mani. Mani che invece sentivano il ruvido d’un tradimento, il sapore delle ciliegie, il rumore delle serrature. E nell’aria dare a pugni con i polsi e contare con i piedi. Senza più le mie mani, per aver creduto che il sapore della pazzia potesse provarlo solo il mio palato.

 G.M.

Tieniti vivo

Tieniti vivo

Aster: l’innovazione che fa rima con ricerca

RATmapInnovazione fa rima con ricerca. Forse non per noi, ma per Aster sì.

Innovare è un impegno indispensabile. Lo è per la società, per le imprese e per le istituzioni. Lo è per chiunque voglia trasformare le domande in risposte e rendere noto ciò che un attimo prima si credeva ignoto. In Emilia-Romagna, per esempio, l’innovazione diventa concreta e si manifesta nelle persone, nelle strutture, nelle amministrazioni e negli investimenti (umani ed economici). In Emilia-Romagna l’innovazione e la ricerca entrano in sinergia con il territorio grazie ad ASTER: il consorzio istituito tra la Regione, l’Università, gli Enti di ricerca e le imprese. Questa unione permette di valorizzare le risorse del territorio e di convogliare l’innovazione verso un obiettivo di crescita comune.

Le Università ed i Centri di Ricerca raggruppano al loro interno potenzialità incredibili. Però si tratta pur sempre di potenzialità che, per diventare concrete ed incidere attivamente sul territorio, hanno bisogno del sostegno delle amministrazioni e delle imprese. La Regione Emilia-Romagna (http://www.regione.emilia-romagna.it/) ha forse compreso prima di altri l’importanza di agevolare il lavoro di Università e di Enti di Ricerca ed il vantaggio di favorirne il dialogo con le aziende già presenti sul territorio. Se il mondo delle imprese ha una domanda, l’universo della ricerca ha una risposta. Materialmente, questo scambio di domande e risposte si concretizza nel progetto di Aster chiamato Rete Alta Tecnologia dell’Emilia-Romagna (http://www.aster.it/tiki-index.php). Questa rete di eccellenze tecniche e tecnologiche offre un supporto concreto alle imprese pubbliche e private che lo richiedono. I laboratori di cui HTN (High Technology Network) si compone possiedono competenze, conoscenze, personale altamente qualificato e macchinari che possono interagire ed intervenire in diversi settori: Agroalimentare, Costruzioni, Energia e Ambiente, ICT e Design, Meccanica dei Materiali e Scienze della Vita.

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In occasione del concorso Turboblogging (http://www.turboblogging.it/) l’universo della ricerca si mette nuovamente in gioco, cercando d’interagire e di sfruttare i nuovi canali del web. Al C.N.R. di Bologna (http://www.bo.cnr.it/) trentadue blogger incontrano i coordinatori dei diversi laboratori della Rete Alta Tecnologia, insieme con i rappresentanti di alcune aziende che hanno beneficiato concretamente delle innovazioni di questi laboratori. L’impressione è quella che possa esserci una sinergia possibile sul territorio tra Ricerca ed Impresa, a patto che entrambe queste realtà godano di un’articolazione già consolidata. Per citare le parole del Coordinatore del Laboratorio Agroalimentare Enzo Bertoldi: “La Rete Alta Tecnologia dell’Emilia-Romagna si è impegnata per costruire un campanello. Un campanello che le imprese suonano per aprire le porte della ricerca e trovare così una soluzione concreta ai problemi concreti”.

 Giulio Marotta

La mano buona

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Oggi si può vendere e comprare di tutto. Di tutto. Dalle cose più ovvie: un paio di tette, la pipa di Pertini, una scheggia della croce di Cristo, un cratere lunare. A quelle che non ti saresti mai aspettato: la libertà, la giustizia, l’istruzione, il voto. Dico che non ti saresti mai aspettato perché, probabilmente, il tempo della perplessità lo abbiamo già lasciato alle nostre spalle. E poi, per dirla tutta: “chi si scandalizza è sempre banale: ma, aggiungo, è anche sempre male informato”. Eppure, non ve lo nascondo, a me questa faccenda che si comprino i voti ancora mi lascia un po’ perplesso. Sì, mi scandalizza. Non che il resto non ne sia degno, ma evidentemente in un meccanismo nel quale libertà, giustizia ed istruzione sono demandate dal popolo ai rispettivi rappresentanti e tutori, ci sentiamo meno coinvolti, forse meno colpevoli di questo scambio illecito. Ma con il voto… Il voto non lo demandiamo a nessuno. Anzi, è ciò che maggiormente abbiamo voluto (il popolo ha voluto!) restasse ancorato alla nostra volontà ed espressione. Eleggiamo i nostri rappresentanti, non i nostri votanti. Ecco perché un fardello di scandalo ancora mi sgomita nello stomaco, soprattutto con l’avvicinarsi delle elezioni. E se decidessi di vendere anch’io il mio voto? Bene, se dovessi farlo, credo che sarebbe un po’ come amputarmi la mano buona: quella che uso per accarezzare mia madre, per salutare mio padre e per contare gli scudetti del Milan con gli amici. Sarebbe come perdere la mano che uso per scrivervi e per telefonarvi. Se vendessi il mio voto, sarebbe come perdere anche libertà, giustizia ed istruzione in un colpo solo. E perderei anche un’altra cosa che fino ad ora non vi ho detto, ma che spero abbiate già capito: la mia dignità. 

 

A mani nude

A mani nude

 

 

Quando si congiungono come una V rovesciata sulla mia testa.

E sono la virgola che mi congiunge al mondo.

Come anfora da riempire.

La mia casa sono le mie mani nude.

 

 

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